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-------------------- Notizie da Abkhazia --------------------



 
 Nello Stato che non c’è

 

RUBRICA PUZZLE EUROPA . Gli studenti di Rondine hanno attraversato il Caucaso per portare il loro piano di Pace. Un viaggio che li ha portati anche in Abkazia.

 

Volge al termine il viaggio di Rondine, l’associazione che si è proposta di portare un vento di pace sul Caucaso e che – almeno in parte – ci è riuscita. Il suo accordo in 14 punti, firmato da studenti di tutti gli Stati e le repubbliche della regione, ha attraversato Azerbaijan, Georgia e Armenia raccogliendo consenso e sostegno: cittadini e politici si sono detti disponibili al dialogo, a volte anche con i più acerrimi nemici. La delegazione di Rondine non si è arresa di fronte a nessuna frontiera ed è in Georgia che ha raggiunto il suo obiettivo più ambizioso: attraversare la linea amministrativa con l’Abkhazia, che la Russia riconosce come indipendente.

 

Attraversare i tre check point che separano lo staterello autoproclamato dal resto del Paese non è permesso agli stranieri. Chi passa – a piedi – da queste gole lo fa perché vive in Abkhazia e deve recarsi a lavorare in Mengrelia, la limitrofa regione sotto sovranità georgiana. La delegazione di Rondine, invece, grazie a rapporti coltivati con pazienza e alla collaborazione degli studenti caucasici accolti in questi anni ad Arezzo, è riuscita a compiere il cammino inverso. Dev’essere stata l’eterogeneità della spedizione, composta da italiani, georgiani, russi, ceceni, macedoni, ingusci, israeliani e libanesi, a convincere i soldati dei check point.

 

Prima il gruppo ha percorso un ponte lungo 300 metri sopra il fiume Enguri, caricando i bagagli su carretti condotti da asini, poi è giunto al posto di blocco abcaso, dove hanno visto sventolare una bandiera rossa con stampata una mano aperta – la bandiera di uno Stato che non esiste, se non per Mosca, Minsk e Caracas. Intorno, strade abbandonate e tortuose, dove i bombardamenti hanno lasciato un segno indelebile. Decine di chilometri di abbandono. Superata la frontiera, la delegazione di Rondine ha trovato ad accoglierla un suo studente, Kan, 22 anni, abkaso, che ha abbracciato tutti i suoi compagni – compreso Davit, 27 anni, georgiano, che difficilmente avrebbe potuto attraversare la linea in un altro contesto.

 

La strana coppia, insieme a tutti gli altri, ha raggiunto Sukhum – la capitale – e incontrato il premier de facto Sergei Shamba, che ha colto l’occasione per perorare la sua causa con gli italiani: «Noi abkasi ci sentiamo parte dell’Europa, lo dice la nostra storia e lo dice la nostra politica. Il progetto di Rondine è molto importante perché ci dà una speranza in più di creare rapporti con i Paesi del continente».

 

Shamba, però, ha raccontato anche la storia del suo popolo, un’epopea sconosciuta ai più: «Dal 1931, quando Stalin ci ha costretto a sottometterci alla Georgia, per noi è finita la tranquillità. Il popolo abcaso ha combattuto per l’indipendenza lungo tutto il periodo sovietico, manifestando e scioperando anche se era proibito. Ogni 10 anni c’è stato un conflitto, fino alla guerra del 1992-1993, dove abbiamo perso migliaia di vite. Quando abbiamo dichiarato la nostra indipendenza, però, siamo diventati liberi, anche se il blocco imposto da tutto il mondo contro la piccola Abkhazia ci distrugge: è una chiusura totale, sia nel campo delle informazioni che in quello economico. Siamo sopravvissuti solo perché qui la natura è molto fertile e siamo riusciti a non morire di fame. Due anni fa, quando la Russia ha riconosciuto l’Abkhazia, tutto è cambiato. Anche per noi si è aperta una porta sul mondo». Quali rapporti spera di avere Sukhum con la Ue? «Per quanto ci riguarda, facciamo già parte dell’Europa, per via delle nostre radici. Non vogliamo rapportarci solo con la Russia, ma con tutte le nazioni che vogliono aprirsi a noi».

 

Ma la comunità internazionale, Europa in testa, continua a difendere l’integrità territoriale della Georgia. «Con il riconoscimento che ci ha dato la Russia la situazione è cambiata, la Georgia non interviene più come faceva prima e adesso deve accettare l’influenza di Mosca. Speriamo che Tbilisi accetti questa situazione perché non vogliamo la guerra». Sentita la voce del governo, Rondine è andata a incontrare i ragazzi abkasi alla Sukhum University, dove ha osservato un minuto di silenzio davanti alla lapide in onore di 94 studenti morti nella guerra del 1992-1993. «Avevo solo sette anni allora», ricorda Irina, 22 anni, studentessa, «ma i ricordi dei bombardamenti rimangono indelebili per sempre. Nessuno può scordare quei giorni terribili. Ora studio relazioni internazionali qui in Abkhazia e fra qualche giorno partirò per uno stage a Bruxelles. Penso sia possibile risolvere questi conflitti con la pace e senza armi».

 

Prosegue il racconto padre Gerzy Pilus, parroco cattolico in una terra ortodossa: «Dopo la guerra del 2008, la comunità cattolica in Abkhazia è stata lasciata sola, abbandonata a se stessa, nonostante sia presente qui da secoli. Durante il periodo comunista i sovietici hanno chiuso la Chiesa cattolica, hanno distrutto i luoghi di preghiera e ucciso i sacerdoti. Nel 1993, durante la guerra contro la Georgia, hanno bruciato tutto l’archivio della comunità cattolica e abbiamo perso tutto. Dal 1994 abbiamo ricominciato il nostro cammino ricostruendo la parrocchia, ma i cattolici sono rimasti pochi, sono solo 80 in tutta l’Abkhazia».

 

La visita a Sukhum è durata un giorno: la delegazione di Rondine doveva raggiungere l’Armenia, ultima tappa del lungo viaggio in Caucaso. Il ponte sul fiume Inguri li ha riportati verso uno Stato – quello georgiano – che il mondo riconosce, ma del quale gli abkasi non vogliono più far parte.
 

30.07.2010  Limes, rivista italia di geopolitica

 

 Da Arezzo al Caucaso: la via della pace passa per la politica dei piccoli gesti

 

Una delegazione di Rondine Cittadella della Pace varca la linea rossa tra Abkhazia e Georgia

 

Roma, C’è chi pensa di arrivare alla pace investendo in armamenti, ma esistono anche coloro che invece credono fermamente che la via migliore per ottenerla sia quella della non violenza, dei piccoli gesti quotidiani, preziosi semi di speranza piantati nelle terre aride e insanguinate da conflitti dimenticati. E’ un mix di utopia, fede e coraggio quello che ha portato nel cuore del Caucaso una delegazione di pacifisti formatisi all’ombra del santuario francescano della Verna, in provincia di Arezzo.

 

E’ lì che ha sede Rondine Cittadella della Pace, un laboratorio politico interessante dove da decenni diversi volontari curano l’educazione alla pace, appunto, di ragazzi provenienti dalle regioni caucasiche più difficili. Abkhazia, Inguscezia, Cecenia, Georgia, Armenia oltre che la Palestina. Giovani che hanno sulle spalle un bagaglio di ricordi terribili, un vissuto d’odio, una esperienza personale dolorosa. Grazie alle borse di studio e allo studentato internazionale di Rondine, imparano pian piano a convivere tra loro, abkhazi e georgiani, armeni e azeri, ceceni e russi. Frequentando le scuole aretine, l’università di Siena, aiutandosi tra loro ad inserirsi in una lingua e in una terra diversa, apprendono il valore del dialogo, chiave preziosa per risolvere i problemi. A loro i sociologi dello studentato mostrano la via del rispetto che inizia sempre dalle piccole cose. La pace dal basso è un percorso difficile, ma praticabile.

 

Ad un anno dai conflitti nel Caucaso una delegazione formata da sociologi, giornalisti, politici, docenti universitari, avvocati oltre che da un gruppo di giovani dei diversi popoli in conflitto (ceceni, ingusci, macedoni, abkazi, georgiani, libanesi, russi, israeliani) ha attraversato l’invalicabile linea rossa che attualmente separa l’Abkhazia dalla Georgia, con il consenso di entrambe le parti. Una impresa non facile alla quale ha lavorato moltissimo Franco Vaccari, il presidente di Rondine.

 

Il gruppo ha attraversato il lungo ponte sul fiume Ingur e varcato la cosiddetta “terra di nessuno”, camminando per oltre un chilometro, per poi incontrare le istituzioni locali, civili e accademiche, a Sukhum, una località poco distante, dall’altra parte. «L’incontro alla Università di Sukhum ha posto le premesse per sviluppare nuove relazioni di scambio tra giovani studenti caucasici ed europei» ha spiegato Vaccari. Una specie di diplomazia popolare quella di Rondine che nei giorni scorsi è riuscita ad abbattere anche altri muri, andando a parlare di pace a Baku, in Azerbaijan, in Armenia.

 

Lo studentato internazionale che educa a convivere nella stessa terra, testimonia ai ragazzi che l’amicizia è possibile ed è una forza morale e culturale da mettere a disposizione dei processi di pace. Una volta formati questi ragazzi sono pronti per essere innestati nel tessuto sociale originario. Nei loro Paesi faranno parte della futura classe dirigente. Ed è su di loro che convergono le speranze. A loro il compito di mettere a frutto gli insegnamenti ricevuti, partendo appunto dal basso.

 

27.07.2010  Il Messaggero

 

 Caucaso: come dribblare la faziosità liberticida

 

La repubblica di Abkhazia potrebbe lasciare il tavolo dei colloqui di Ginevra sulla sicurezza nel Caucaso meridionale: la Georgia e i suoi alleati d’Occidente non intendono sottoscrivere un accordo che escluda l’uso della forza. Vjacheslav Chirikba, rappresentante a Ginevra del presidente abkhazo Sergej Bagapsh, ieri ha specificato: “abbiamo inviato una nota per sottolineare che le nostre proposte sono ignorate dai copresidenti delle trattative (Pierre Morel per l’Ue, Bolat Nurgaliyev per l’Osce e Antti Turunen per l’Onu, ndr). Loro hanno la tendenza a privilegiare le posizioni filo-georgiane e a eludere la questione chiave: concludere un accordo sul non ricorso alla forza”. Alla prossima riunione la delegazione abkhaza ci sarà, ma non al completo. In futuro è però probabile che venga meno ogni partecipazione.

 

I colloqui di Ginevra sono iniziati nell’ottobre del 2008 a seguito del conflitto di agosto in Ossezia del Sud: le truppe di Tbilisi nella notte hanno iniziato a bombardare la capitale sud-osseta Tskhinval, le forze armate di Mosca sono intervenute per mettere fine all’attacco e neutralizzare quei siti da dove l’offensiva avrebbe potuto riprendere.

 

In occasione dell’ultima sessione a Ginevra, lo scorso giugno, i delegati di Abkhazia e Ossezia del Sud avevano lamentato l’improduttività dei negoziati, accennando già alla possibilità di ritirarsene. Per il governo georgiano le due repubbliche o “territori occupati” (come sono ancora chiamate a Tbilisi, Bruxelles e Washington) mirerebbero a far fallire le trattative, che però di fatto servono a poco e non porteranno a niente: le repubbliche di Abkhazia e Ossezia del Sud si sono proclamate indipendenti dalla Georgia, quattro governi le hanno anche riconosciute. Altri pensano di farlo. Dunque abbandonando Ginevra, l’Abkhazia si svincolerebbe da un vicolo cieco, potendo liberamente seguire la sua strada.

 

La recente sentenza della Corte dell’Aja sulla secessione del Kosovo, che “non ha violato il diritto internazionale” dovrebbe servire da lezione agli oltranzisti negazionisti dell’esistenza di due nuovi soggetti nell’arena mondiale. A poco servirà il monito del ministro Frattini, che circa la pronuncia dell’Aja sul Kosovo ha commentato: “resti un caso unico”. Ora qualcosa inevitabilmente si smuoverà.

 

Quello che preoccupa è la decisa presa di posizione del governo georgiano, che non ne vuole sapere di firmare patti di non aggressione con le due adiacenti repubbliche: la diplomazia di Tbilisi lo ha detto chiaramente all’ultimo round di Ginevra, quello di giugno, chi si è concluso con l’ennesimo, scontato fallimento.

 

26.07.2010 RINASCITA

 

 Kosovo/Analista russo: parere Onu a favore di Abkhazia e Ossezia - Markov: c'è un uso politico del diritto internazionale

 

Roma, Il parere della Corte Onu che sdogana l'indipendenza di Pristina dalla Serbia è "un successo per i kosovari e per gli Usa e l'Ue che sono interessati all'indipendenza del Kosovo. Ma è ancora più convincente per Abkhazia e Ossezia del Sud, molto più titolate al riconoscimento internazionale di quanto non lo sia il Kosovo". Così Sergey Markov, analista russo molto vicino ai palazzi del potere moscovita, apre la strada a quello che sarà probabilmente il nuovo cavallo di battaglia della Russia, in cerca di riconoscimento delle due repubbliche, dopo la guerra dell'agosto 2008.

 

Markov, che dirige l'Istituto di Studi Politici a Mosca, sottolinea che il parere del Tribunale Onu è "puramente simbolico" e che nel caso di Ossezia meridionale e Abkhazia sarebbe senza dubbio di segno contrario rispetto a quanto udito ieri. "Siamo di fronte a una situazione in cui il diritto internazionale è messo in ginocchio dal dominio politico", argomenta, a colloquio con Interfax.

 

"L'influenza americana e degli stati che hanno problemi di separatismo sul loro territorio frenerà il processo di riconoscimento delle due repubbliche caucasiche", aggiunge Markov, convinto che in ogni caso il processo di riconoscimento di Abkhazia e Ossezia del Sud continuerà. "Il fattore più importante, qui, è che siano state riconosciute dalla Russia", conclude l'analista.

 

23.07.2010 Apcom-Nuova Europa