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A un anno dall’inizio dei negoziati di
Ginevra, intervista a Pierre Morel, special representative dell’Unione
Europea per la crisi in Georgia.
Caucaso la guerra del 2008 resta congelata.
E a un anno dalla partenza dei negoziati di Ginevra, le parti in causa
non sembrano essersi avvicinate neanche un po'. Agli europei che
chiedono maggiore collaborazione i russi rispondono: parlatene con i
governi di Abkhazia e Ossezia del Sud, noi non abbiamo nessuna autorità
sul terreno. Mentre la Georgia collabora con la missione della Ue (Eumm)
nella speranza di riconquistare le terre perdute. Bruxelles, infatti, è
l'unica a garantire una presenza internazionale nel Paese, dopo la
partenza della missione Onu e di quella Osce. Ma quello di non farsi
cacciare sembra l'unico obiettivo raggiunto da Eumm. Secondo Pierre
Morel, rappresentante speciale della Ue per la crisi in Georgia, il
ruolo dell'Europa non è da sottovalutare, specie nell'aiuto concreto che
sta fornendo alla popolazione e ai negoziati tra le parti, pur partendo
da una posizione non neutrale: la condanna del riconoscimento delle due
repubbliche di Abkhazia e Ossezia del sud.
Ambasciatore, è soddisfatto dell’ultimo
incontro avuto nell’ambito dei negoziati di Ginevra?
Un bilancio è necessario, a un anno
dall'inizio dei negoziati (15 ottobre 2008). All’inizio è stato molto
difficile partire, ma alla fine abbiamo preso il ritmo. Possiamo dirci
parzialmente soddisfatti perché si è attivata una dinamica tra tutti i
partecipanti e alla fine l’utilità di lavorare insieme è stata
riconosciuta da tutti. I risultati sono modesti, è vero, ma la struttura
dei negoziati si è istallata rapidamente, in un contesto in cui non
c’era più riconoscimento condiviso di nessun accordo preso prima della
guerra del 2008. Ciascuno a modo suo ha fatto avanzare i negoziati, pur
laboriosi. E abbiamo ottenuto un successo concreto: il “Meccanismo di
prevenzione degli incidenti”, una struttura che si riunisce in loco per
affrontare il problema della sicurezza e della crisi umanitaria. Il
doppio Meccanismo, che funziona sia per l'Ossezia del Sud che per
l'Abkhazia, associa tutti coloro che si occupano del rispetto della
legge, in modo da permettere un dialogo operativo e pragmatico tra le
parti. È entrato in funzione alla fine della primavera e si riunisce
ogni 15 giorni. Le riunioni sono molto tecniche, vi partecipano i
responsabili del ministero dell’Interno georgiano e di quello russo e i
rappresentanti delle forze ossete e di quelle abkhaze. La missione Ue
anima i lavori per quanto riguarda l'Ossezia del Sud, l'Onu svolge
questo ruolo sul lato dell'Abkhazia. Il Meccanismo si occupa di persone
scomparse, incidenti nei villaggi che scatenano accuse reciproche e in
generale delle condizioni di sicurezza. Con questo lavoro vogliamo
evitare l’emergenza, troncando l'escalation di tensione appena avvengono
gli incidenti. E per ogni urgenza è stata attivata una linea di
comunicazione - una hot line. Ora il sistema si è stabilizzato. Questo è
il primo risultato. Il secondo è in materia di rifugiati: tutte le parti
hanno riconosciuto la necessità di rispettare i principi internazionali
del libero accesso umanitario e di diritto al ritorno. Ora bisogna
mettere in funzione un meccanismo che permetta di mettere in pratica i
principi. Il processo è avviato e individueremo nuove tappe. Ogni
problema va risolto partendo dal basso e affrontando la questione
pragmaticamente, dossier per dossier.
A proposito degli
osservatori Eumm, lei è ottimista sulla possibilità di un accordo che
permetta loro di accedere nelle due repubbliche
Abkhazia e Ossezia del Sud?
La missione ha lavorato in modo
impeccabile. E’ stata mobilitata con una velocità eccezionale, in 3
settimane. All’inizio ha avuto qualche problema ma dopo un anno tutti
sono d’accordo nel constatare che ha costruito qualcosa di unico. Nel
frattempo, però, le missioni dell'Osce e dell'Onu non sono state
rinnovate. Fortunatamente possiamo lavorare ancora con l'Osce nel quadro
dei negoziati di Ginevra.
Per quanto riguarda i nostri
osservatori, l'esperienza ci ha permesso di diversificare le
loro attività, che vanno dalla sorveglianza al soccorso in caso di prima
necessità e al monitoraggio del rispetto del cessate il fuoco. In
particolare i pattugliamenti di notte ci permettono di individuare le
detonazioni e intervenire quando vengono lanciate accuse reciproche. Ma
questa missione si occupa anche del lato umanitario, facilitando il
movimento delle persone. Nella regione di Gori e Akhalgori, ad esempio,
molte persone si muovono attraverso l'Abl (la linea amministrativa che
divide la Georgia dall´Ossezia del Sud e dall'Abkhazia) sia per le
proprie relazioni personali che per il piccolo commercio. Ci sono stati
anche insuccessi e purtroppo a giugno abbiamo perso un autista georgiano.
Ma è evidente che la missione funziona: i nostri osservatori militari
sono molto esperti ed hanno svolto servizio ovunque da Pristina a
Beirut, ma questo è uno dei primi casi in cui lavorano senza portare
armi ed è la dimostrazione che non sono lì per aggiungere altri fattori
di tensione.
Rimane il problema dell'accesso
negato in Ossezia del Sud e in Abkhazia...
Naturalmente noi continuiamo a
sperare nella possibilità di accedere nelle due regioni
separatiste, ma non è una materia facile. Gli accordi attuali lasciano
aperte delle possibilità per il futuro. Ad esempio parlano di ispezioni
congiunte ed è chiaro che per prevenire gli incidenti il miglior modo è
quello di indagare da entrambe i lati dell'Abl. E abbiamo avuto modo di
constatare alcuni incidenti insieme a osseti del sud e abkhazi. E poi
teniamo presente che il Meccanismo di prevenzione degli incidenti per il
lato abkhazo si riunisce a Gali, quindi all'interno del territorio fuori
dal controllo georgiano. Un comportamento poco rigido ci permette di
fare lenti progressi.
Il ministro russo Lavrov ha
parlato di voler lavorare insieme all'Osce e all'Onu, ma ha detto agli
europei che per qualsiasi progresso devono passo in avanti devono
parlare direttamente con i governi abkazo e osseto. Chi sono i vostri
interlocutori?
Lavrov ha fatto varie critiche ma
adesso ha un’opinione molto favorevole del ruolo di stabilizzazione
svolto dalla missione Ue. A proposito di Osce e Onu, il ministro russo
ne ha parlato perché si tratta di questioni rimaste in sospeso. Con
l’Osce, ad esempio, non si trova un accordo dal 22 dicembre, quando a
Vienna si è posto il problema politico del riconoscimento. Stessa cosa
per Unomig, la missione Onu, bloccata dal veto russo. Ma le Nazioni
Unite, come l’Osce, continuano a lavorare con la Georgia nel quadro
della copresidenza dei negoziati di Ginevra. Osseti e abkhazi sono
sicuramente interlocutori per noi e per tutta la comunità internazionale.
La Ue ha molti contatti con loro, ma non li riconosce come cittadini di
Stati indipendenti.
All’inizio di ottobre è
stato pubblicato il rapporto della commissione guidata da Heidi
Tagliavini.
Una buona ricostruzione di ciò che è
avvenuto l’estate del 2008?
Bisogna ricordare che si tratta
di un rapporto redatto da una commissione indipendente e non
dall’Unione Europea. Un rapporto commissionato dalla Ue, ma prodotto
esternamente da un team guidato da un’esperta diplomatica svizzera. Il
lavoro è estremamente completo, tutto quello che poteva essere raccolto
è stato raccolto, e il risultato è un’analisi dei fatti, non un giudizio.
Per questo è utile, perché resta nella logica di placare le tensioni
facendo chiarezza, sfatando i miti e lanciando un appello alla ragione e
alla moderazione. E mette in evidenza che il ricorso alle procedure che
esistono, anche quando la situazione è complicata, è indispensabile:
questa guerra era evitabile e bisogna capire perché invece non si è
evitata. Le procedure si sono a poco poco deteriorate e bloccate. Il
rapporto mostra come tutte le parti hanno compiuto gesti sempre più
contrari ai principi internazionali.
Oggi è necessario vigilare
sulle questioni umanitarie, sul rispetto del diritto internazionale per
impedire che accada di nuovo.
Anche se non ha dato giudizi, il
rapporto Tagliavini ha parlato di pulizia etnica contro i georgiani.
Pensa che a proposito di questo crimine la Corte penale internazionale
potrebbe aprire un’inchiesta?
La tentazione, analizzando gli
eventi del 2008, è quella di cercare un colpevole e in effetti
il rapporto ripartisce le responsabilità, ma la commissione ha solo
ricostruito i fatti. Certo, ci sono fatti incontestabili e ciascuno deve
riconoscere le proprie responsabilità, abbandonando la logica delle
accuse reciproche e cercando di riparare ristabilendo le condizioni
precedenti per la popolazione. L’ipotesi di pulizia etnica non cambia
niente ai 35mila rifugiati scappati dai palazzi distrutti. Cosa bisogna
fare per loro? Il gruppo di lavoro numero due dei negoziati di Ginevra
sta concentrando il suo lavoro sull’accesso degli aiuti umanitari, sulla
protezione della popolazione nei territori disputati e sul ritorno dei
rifugiati. Bisogna occuparsi di questioni concrete, urgenti e specifiche.
Il 12 dicembre in Abkhazia ci
saranno le elezioni presidenziali. È ottimista o è preoccupato per il
clima che si respirerà con l'avvicinarsi del voto?
Ci sono già state consultazioni
in questa comunità - elezioni locali - fa parte del ritmo
normale della convivenza. Conosciamo bene il contesto, si può sviluppare
una certa agitazione politica, ma fino ad ora non abbiamo visto niente
di preoccupante. È un evento che fa parte del paesaggio, non vediamo
nessun ostacolo a proseguire il lavoro..
29.10.2009
repubblica
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